Contest “la vita in maschera” – Paolo Di Censi – Scrittura

Francesco PC Academy di - 17 marzo 2014 in Altro

Anche Superman portava gli occhiali

Ore 23.30.
6 Luglio 1983
3 chili e 500 grammi.
Cianotico quanto basta ma in compenso con dei polmoni da far invidia a Pavarotti.
 Mattia venne al mondo così, tra una replica di Beautiful e la registrazione di un vecchietto all’obitorio del Policlinico Umberto I.
Quella sera l’infermiera di turno non si scomodò più di tanto quando Elsa e Filippo arrivarono in ospedale con l’ansia di chi sta per diventare genitore e non ha la benché minima idea di cosa gli stia succedendo in quel momento. Elsa urlava per i dolori.
Filippo s’arrabattava farfugliando qualcosa che aveva a che fare con delle acque: neanche fosse stato un idraulico o un veneziano a Novembre. L’infermiera non fece altro che lanciare un’occhiata alla sventurata coppia che pendeva dalle sue labbra e indirizzarla al reparto di ginecologia e ostetricia, scala B, terzo piano.
Venne al mondo così Mattia: tra una sveltina di Brooke e l’infarto dell’ottantaduenne Adelmo Birozzi.
Qualche giorno dopo tra carrozzine, biberon e tettarelle il nascituro se ne tornò a casa con mamma e papa, in quel paesello in cui era stato concepito nove mesi prima.
Parenti a frotte, chiamate alla guardia medica e al pediatra a giorni alterni per ogni colica, bollicina, rossore, caccola di traverso. Ma genitori non si nasce quindi nulla di
cuir
ealmente preoccuparsi: solo ipocondria da primogenito.
Quasi senza accorgersene passarono vendemmia, vino novello e castagne, arrivarono Babbo Natale e la Befana, Arlecchino, Pulcinella e i coniglietti di Pasqua con tanto di uova di cioccolato, brufoli e quant’altro.
Mattia cresceva come ogni bambino degli anni ottanta che si rispetti, circondato
das
palline in stile rugby e capelli cotonati, sotto lo
sguardo di nonni, zii, cugini e soprattutto di mamma Elsa che non poteva fare a meno di rimirarselo quanto più poteva tanto che un giorno notò qualcosa di strano, si consigliò con papà Filippo e nel giro di 48 ore era già nella sala d’aspetto del pediatra.
Entrati ed usciti in poco più di venti minuti.
Diagnosi: strabismo.
Dopo una settimana di drammi esistenziali, dopo intere giornate di Filippo trascorse a tranquillizzare Elsa ripetendole che non era nulla di grave ma solo un fatto estetico e che non precludeva nulla al piccoletto, finalmente la mamma si calmò e si passò ad affrontare il problema con la calma che un genitore dovrebbe sempre mantenere (almeno davanti ad un figlio).

Mattia arrivò quindi ad un anno e con la prima candelina arrivò il momento di indossare il primo paio di occhiali correttivi: una mascherina con elastico che stava su da sola. La misero sul suo nasino e con attenzione fecero passare l’elastico dietro la nuca avendo cura che non stringesse troppo. Lo chiamavano il piccolo Zorro per via dei capelli neri e di quella mascherina che, anche se malvolentieri, dopo un po’ si abituò a tenere su. Anche i nonni, i parenti e gli amici di famiglia cominciarono a chiamarlo come l’eroe in maschera con la Z facile e a Mattia evidentemente piaceva quel nomignolo perché a quel vezzo ridacchiava come fanno i bambini di quell’età, senza denti e con le gengive che riflettono il sole.

Mattia crebbe e la mascherina lasciò il passo ad un’elegante benda adesiva color rosa carne (mi son sempre chiesto il perché di questo colore orrendo). A tre anni le prime domande e i primi capricci con cognizione di causa. Mattia chiedeva il perché di quella cosa da appiccicare sull’occhio per gran parte del tempo e papà Filippo rispondeva: Non si è mai visto un pirata senza benda! All’arrembaggio!

E bastava questa frase per far tornare il sorriso sul viso del piccolo Mattia che non si chiedeva più il perché di quella scomoda benda, perché quando l’indossava diventava il più grande e temerario dei bucanieri, tanto che cominciava a solcare i sette mari con tanto di pappagallo sulla spalla.
Ogni tanto un controllo e man mano che Mattia cresceva, alla benda seguiva il primo vero paio di occhiali: enormi e in plastica blu e ogni volta che era necessario cambiarli, perché il piccoletto cresceva, mamma e papà lo investivano di una nuova divisa fantastica.
Fu dottore, scienziato pazzo, Archimede, un anno fu addirittura Mike Bongiorno, saldatore, avvocato, ingegnere di ponti e, qualche anno dopo, di navicelle spaziali, insomma ogni sorta di maschera che potesse distrarlo da quel piccolo difetto che non si poteva definitivamente cancellare.
Ridendo e scherzando arrivò per Mattia il fatidico primo giorno di scuola che passò in sordina, per la verità, perché se ne stette in disparte per tutto il tempo senza rivolgere la parola a nessuno. Tornato a casa tenne il broncio per tutta la sera e quando fu l’ora di andare a dormire il papà nel dargli la buonanotte gli chiese come mai fosse così triste.
La risposta fu che non c’era nessuno come lui.
Filippo sorpreso cercò di approfondire l’argomento:

­Nessuno come te? Ma come! Sei l’unico bambino in tutta la scuola? Fece il papà cercando di smuovere quel broncio triste.

­No papà, non c’è nessuno con gli occhiali!
Filippo che aveva capito quale fosse il problema non tardò dal rassicurare Mattia e, augurandogli la buona notte, gli rimboccò le coperte come tutte le sere.
Il mattino seguente Mattia entrò in classe, si mise seduto al suo posto, indossava i suoi

occhiali nuovi rosso fiammante che sembravano la carrozzeria di quelle auto da corsa lucide che schizzano veloci sull’asfalto. La mamma quando li avevano comprati lo aveva nominato il più veloce pilota del quartiere!
Mentre se ne stava seduto al suo banco un bambino si avvicinò fissando i suoi occhiali come se non avesse mai visto nulla di simile, ed in effetti era proprio così, allora si fece coraggio e gli chiese:

­Cosa sono quei cosi che porti sulla faccia? ­Occhiali
­ Cosa?
­Occhiali… servono per vedere meglio. ­Posso vederli?

Mattia si sfilò gli occhiali e li passò al bambino che li squadrò prima da una certa distanza come fossero un oggetto magico, poi li avvicinò agli occhi per vederci attraverso e fu stupito nel vedere il mondo più grande di quanto non lo avesse mai visto, tutto era enorme, vedeva persino gli uccellini fuori la finestra grandi quasi come galline appollaiate sui rami… fece un salto indietro togliendoseli di scatto dal naso e restituendoli a Mattia esclamò:

­Ma sono magici! Hai la supervista come Superman!

Mattia sorrise e pensò che Superman non lo era mai stato. Quel giorno tornò a casa gridando:

­Mamma non sono un pilota… sono Superman!”
A volte i nostri difetti sono la maschera più bella che possiamo indossare.

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Francesco PC Academy
Francesco: Lavora come freelance, si occupa di Web Design & Marketing, Strategie Digitali, Blogging e docenza. Per PC Academy cura: il tutoraggio dei corsi online Scrittura Creativa e Sceneggiatura; le lezioni in aula sulla creazione del CV infografico e come Presentarsi alle Aziende in modo professionale; la redazione di molti articoli di questo portale.

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