Storia delle interfacce grafiche (GUI) – dal 1969 ai primi PC

di - 5 marzo 2012 in Altro

Mi sembrava interessante ripercorrere la storia delle Graphic User Interface, le interfacce grafiche utente, perchè ripensavo al mio vecchissimo 486 con il DOS su cui per far partire i giochi bisognava scrivere una cosa come cd/: D per cambiare directory e poi RUN programma.exe per far partire il programma.

Da allora (ed erano gli anni ’90) altro che passi da gigante… dai colpi rabbiosi sulla tastiera quando si “impallava tutto” ai delicatissimi tocchi sui piccolissimi schermi touch, in cui le icone galleggiano come in una dolce corrente, mentre prima i comandi stavano così rigidi su sfondo nero come delle dighe indistruttibili! Metafore poetiche a parte, partiamo dal 1969… (la fonte sulla rete di tutte le informazioni che seguiranno)

 

In origine i computer (non ancora intesi nel senso “moderno”) erano esclusivamente macchine di calcolo che interagivano con i numeri; e anche in seguito, quando fecero la loro comparsa i primi sistemi di elaborazione di tipo aziendale, l’interazione con l’uomo si limitava esclusivamente a inizio e fine programma, peraltro abbastanza complicata. Un programma che magari restituiva solamente poche stringhe di testo come indirizzi dei clienti, e lo faceva attraverso schede perforate o nastri.

La spinta verso la realizzazione di interfacce grafiche nascerà quando i computer inizieranno ad essere venduti ad acquirenti privati, a digiuno di qualsiasi conoscenza tecnica, dal momento che occorreva rendere più facile la comunicazione uomo-macchina.

Quali attributi rendono un’interfaccia…un’interfaccia grafica?
Innanzi tutto si può affermare che le funzionalità possono essere svariate e non è indispensabile che siano tutte presenti per stabilire se siamo o no di fronte ad un’interfaccia grafica.

Il requisito essenziale è il modo di rappresentare i dati. Un’interfaccia grafica non rappresenta lettere e numeri avvalendosi di matrici fisse, ma opera costruendo un layout di pixel indipendenti l’uno dall’altro.
In altre parole dal computer al monitor non viaggiano byte che rappresentano ciascuno un carattere che viene poi interpretato e visualizzato, ma semplici punti da visualizzare. Ogni punto avrà poi le sue coordinate di visualizzazione e i suoi attributi, che possono essere di luminosità, di lampeggiamento, di colore e via dicendo. I pixel “disegnano” dunque qualsiasi traccia, da una lettera dell’alfabeto a una serie di linee, di fondi, di immagini.

Ciò che muta è il volume dei dati che devono essere trasmessi. Ad esempio per riempire uno schermo (pre GUI) che consenta di indirizzare 80 caratteri su 24 linee bastano 1920 byte. Per rappresentare gli stessi caratteri a singoli pixel ne occorrono milioni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Videata DOS con solo testo

 

Tuttavia, prima di vedere la comparsa di effettive interfacce grafiche, sono comparsi ingegnosi compromessi, ovvero interfacce composte non di singoli pixel, ma da set di caratteri particolarmente ampi e contenenti anche alcuni piccoli simboli grafici, come rette, angoli, frecce, ecc., che furono in grado di dare “l’illusione” della grafica.
Si tratta pertanto di interfacce di solo testo e non d’interfacce grafiche nel vero senso del termine. Un esempio di quanto appena detto è  il Microsoft Basic PDS, dove compaiono menù e finestre, con linee di demarcazione

 

 

 

 

 

 

 

Basic PDS

 

A questo livello risulta ancora impossibile far apparire un’icona, ma costituisce senza dubbio il primo passo verso un dispositivo informatico “user-friendly” (come ci piace dire oggi).

Un ambiente grafico come lo intendiamo adesso non può presentare una sola finestra alla volta,  e deve comprendere la possibilità di poterla ridimensionare, aprirne altre e spostarle tutte. Ciò significa che oltre ad avere la massima elasticità d’esposizione dei dati, ogni finestra può realmente rappresentare un diverso programma. Siamo quindi nella necessità di disporre contemporaneamente di un sistema multitasking reale.

 

(continua…)


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